Da 14 anni mi sono trasferito da Pavia a Briatico, credo di potermi considerare calabrese quanto la maggior parte dei miei amici e lettori calabresi, ho trovato tesori umani e naturali, non rimpiango affatto il cambiamento.
Epperò... ho trovato anche cose che mi hanno lasciato e mi lasciano sconcertato; per tutti questi anni ho lasciato perdere, ho fatto finta di niente, mi sono detto che è così, cosa vuoi farci? Ma forse è proprio questo "è così, cosa vuoi farci" la cosa più sconcertante di un certo aspetto della calabresità, dell'aspetto peggiore, rassegnato, trascurato. Oggi sento il bisogno di scriverne.

Cominciamo da una cosa banale, banalissima, eppure nella mia immaginazione è andata crescendo sempre più, in un certo senso è diventata il simbolo di quello che vorrei vedere cambiare in questo paese. A volte succede: una cosa da niente, ma "non ti cala" e ci pensi, ci ripensi, diventa sempre più ingombrante.
Cominciamo da un segnale di divieto di sosta, niente di più semplice, non vi pare? Si trova all'inizio di Corso Regina Margherita, la via principale di Briatico, ed è un signor divieto di sosta: 0-24, guai a sostare a qualunque ora del giorno e della notte.
Ma qualcosa non va: c'è una macchina bianca parcheggiata; facciamo una passeggiata, è una tranquilla mattina di aprile e immaginatevi cosa sarà in agosto con l'arrivo dei turisti. Qui (si può cliccare sulle foto per ingrandirle) siamo davanti all'ambulatorio più frequentato della città: come vedete la nostra auto bianca non è sola, dopo di lei ce ne sono altre, eppure sulla sinistra, dove la sosta è consentita, c'è abbondanza di parcheggi; ma tant'è, è più comodo così!
Andiamo avanti una ventina di metri: ecco una bella macchina blu, e dopo di lei una bianca (e sempre spazio in abbondanza sulla sinistra).
Vi assicuro, è abbastanza fastidioso: una strada che potrebbe essere percorsa senza difficoltà nelle due direzioni diventa una gimcana, ma non è questo il mio punto di oggi: un po' l'età, un po' la frequentazione dei cani, un po' quarant'anni di insegnamento, un po' la Calabria stessa hanno accresciuto a dismisura la mia pazienza. Non sento più come un peso fermarmi, aspettare che passi un'altra macchina, andare avanti 15 metri, rifermarmi, rifare passare ecc. È così, cosa ci vuoi fare? E che fretta c'è?
E poi sono tendenzialmente anarchicheggiante, non idolatro le regole, generalmente le rispetto con una certa insofferenza, e in fondo cosa vuoi che sia un divieto di sosta? La questione è un'altra; procediamo altri 30 metri!
Siamo arrivati al cuore del mio problema: il palazzo sulla destra, coperto dalle impalcature, è il municipio di Briatico; fino a qualche tempo fa qui c'era un secondo cartello di divieto di sosta, giusto per non dimenticare.
Il municipio è anche la sede della polizia municipale; credo che tutti qualche volta, per fretta, pigrizia o altre ragioni, abbiamo lasciato l'auto in divieto di sosta e sperato che non passasse un vigile a farci la multa. Ebbene, qui i vigili ci abitano, escono e entrano dal loro ufficio. Eppure ogni giorno ci sono auto parcheggiate e in quattordici anni non ho mai visto contestare una contravvenzione e elevare una multa.
Non ci sono favoritismi, non ci sono sindaci con la panda che approfittano della carica, qui tutti possono parcheggiare in divieto, la legge è ugualmente inesistente per tutti e il suo rispetto lasciato al buon cuore dei cittadini!
I vigili passano, nemmeno fingono di non vedere le macchine in sosta, semplicemente non le guardano, come se fosse normale vanno nei loro uffici e si occupano dei loro compiti: non so quali siano, ma immagino siano occupatissimi. Certamente però tralasciano di "vigilare sull'osservanza dei regolamenti concernenti la circolazione stradale", come recita l'art. 2 comma a del regolamento del corpo dei vigili urbani di Briatico, che ho avuto la pazienza di cercare nel sito del Comune e di leggere.
Negligenza? Ordini superiori? Non lo so, quello che so è che ho visto passare tre amministrazioni comunali e un commissariamento prefettizio; come i vigili anche sindaci, assessori, commissari sono entrati e usciti dalla porta del comune, hanno visto le infrazioni e non se ne sono curati.
D'altra parte non mi importa trovare dei colpevoli, e se devo impiegare qualche minuto in più per percorrere quei cinquecento metri, chi se ne fotte! Quello che mi occupa e preoccupa è un clima, un modo di essere, una dimensione dello spirito.
So benissimo che tra la sfera universale delle regole e delle leggi e la sfera individuale, sensibile della vita quotidiana c'è una inevitabile discrepanza, e per fortuna è così. Leggi e vita dovrebbero in qualche modo accomodarsi e limarsi a vicenda. Le regole non dovrebbero pretendere troppo, dovrebbero tenere conto delle esigenze degli uomini, consentire qualche spazio di tolleranza.
Per parte loro gli uomini dovrebbero, ove non confliggano con le loro convinzioni morali, cercare di rispettare le regole, ove invece le trovino ingiuste o eccessive cercare di cambiarle o, nei casi più gravi, disobbedire. Ripeto, non sono un fanatico della legge, mi piace pensare che se ritenessi una legge contraria alle mie convinzioni morali troverei il coraggio e la forza di oppormi, che nella Germania nazista o nell'Italia delle leggi razziali avrei trovato la forza di resistere e non avrei denunciato il mio vicino ebreo, anche se probabilmente avrei fatto come tutti.
Ma stiamo parlando di un divieto di sosta, non vedo come siano possibili obbiezioni morali, e tra le due sfere, quella universale delle leggi e quella individuale dei comportamenti, dovrebbe esserci almeno un rapporto: le regole dovrebbero tenere conto delle esigenze dei singoli, i singoli dovrebbero rispettare le regole, le autorità dovrebbero adoperarsi per avvicinare i due mondi correggendo le regole sbagliate o inutili e punendo i comportamenti irregolari. Se quel maledetto di vieto di sosta è insensato o inutile, lo si tolga, ma mi pare inammissibile che per principio tra le due sfere non ci sia alcuna relazione, che una cosa siano le regole, il mondo come dovrebbe essere, e un'altra cosa la realtà, il mondo come è.
È questo che mi fa impazzire, che non sopporto: non si dovrebbe, ma si fa, perché, cosa vuoi farci, il mondo va così. Scriviamo leggi bellissime, regolamenti ammirevoli, e poi si fa come si vuole, come capita. Qualche esempio.
Abbiamo un bel fare iniziative antimafia, ne ho viste tante in questi anni di insegnamento a Tropea. Spesso, adesso che sono in pensione lo posso dire, le ho vissute con un certo disagio, un po' perché ho molti dubbi sui reati associativi, fin dai tempi delle leggi sul pentitismo, un po' perché diffido di una giustizia amministrata sotto la pressione della mobilitazione pubblica, molto perché sono convinto che vadano innanzitutto puniti, prima di frequentazioni, amicizie, parentele, gli atti e i comportamenti irregolari, che sono personali. Poi, se volete, a brigante brigante e mezzo: se a parcheggiare in divieto è un mafioso raddoppiamogli pure la multa, ma prima di tutto facciamole, queste multe! Credo che il primo passo da fare per raggiungere un clima di legalità sia ricucire la sfera del dover essere con quella dell'essere.
Basterebbe che le autorità competenti contestassero le contravvenzioni al nostro (ormai, con tutte le menate che vi ho fatto, è nostro!) divieto di sosta e le punissero con un'ammenda: non è necessario andare a cercare le violazioni, il divieto è lì, davanti a tutti, le contravvenzioni evidenti. Basterebbe non ignorarle, tirare fuori il blocchetto delle multe, compilarle e metterle sui parabrezza per due giorni consecutivi: le violazioni finirebbero.
Basterebbe che un funzionario fosse incaricato di rispondere al telefono: sarebbe possibile contattare la pubblica amministrazione e chiederne l'intervento.
Basterebbe inviare puntualmente le cartelle esattoriali ed esigerne il pagamento: il dissesto finanziario sarebbe in buona parte superato.
Basterebbe (è un po' più impegnativo, ma quanto ne varrebbe la pena!) indagare sui rifiuti abbandonati. È vero, fa un po' schifo e ci si sporca le mani, ma sono pronto a scommettere che spesso nei sacchetti abbandonati si troverebbero lettere, buste, carte intestate che permetterebbero di risalire all'incivile che li ha gettati. Tra i rifiuti fotografati sopra c'erano addirittura dei testi scolastici: qualunque scolaro ha l'abitudine di scrivere nome e cognome sulla prima pagina. Basterebbe farlo qualche volta, e la gente si renderebbe conto che arrivare fino al più vicino cassonetto è meno costoso e pesante che gettare il sacchetto nel primo canneto per poi pagare un'ammenda, avere a che fare con la forza pubblica, cercare di giustificarsi.
Basterebbe, basterebbe, anch'io sono cascato nel periodo ipotetico: se il mondo fosse perfetto, allora basterebbe; ma qui non c'è nessuna ipotesi e nessun condizionale che tenga; qui è imperativo l'indicativo: non basterebbe, basta, è sufficiente.
Basta fare qualche multa e la gente smette di parcheggiare in divieto; perché è vero che esiste un margine di discrezionalità, ma evitare regolarmente, inesorabilmente di far rispettare un divieto stabilito dai regolamenti comunali è un reato di omissione, non saprei dire se omissione di atti d'ufficio, interruzione di pubblico servizio o cos'altro, ma sono certo che contenga elementi di illegalità.
Basta che qualcuno risponda al telefono e i cittadini potranno chiedere l'intervento della polizia municipale; perché lasciare che per ore quel telefono squilli a vuoto è un reato di omissione, questa volta arrischierei proprio l'interruzione di pubblico servizio.
Basta deliberare a tempo i tributi e inviare puntualmente le cartelle di riscossione, e le finanze pubbliche migliorano. Non farlo provoca un danno erariale.
Basta fare qualche indagine sui rifiuti abbandonati e la gente smetterà di abbandonarli; probabilmente qui non c'è reato, ma certamente c'è una brutta, colpevole trascuratezza.
Sono cose da poco, minute, ma - sarà che sono cresciuto a Critone e Critica della ragion pratica - credo che in simili minuzie abitino valori importanti e un significato universale: il rispetto delle regole, il senso della legalità, la possibilità di una civile convivenza, insomma molto più di una sosta vietata.
Epperò... ho trovato anche cose che mi hanno lasciato e mi lasciano sconcertato; per tutti questi anni ho lasciato perdere, ho fatto finta di niente, mi sono detto che è così, cosa vuoi farci? Ma forse è proprio questo "è così, cosa vuoi farci" la cosa più sconcertante di un certo aspetto della calabresità, dell'aspetto peggiore, rassegnato, trascurato. Oggi sento il bisogno di scriverne.

Cominciamo da una cosa banale, banalissima, eppure nella mia immaginazione è andata crescendo sempre più, in un certo senso è diventata il simbolo di quello che vorrei vedere cambiare in questo paese. A volte succede: una cosa da niente, ma "non ti cala" e ci pensi, ci ripensi, diventa sempre più ingombrante.
Cominciamo da un segnale di divieto di sosta, niente di più semplice, non vi pare? Si trova all'inizio di Corso Regina Margherita, la via principale di Briatico, ed è un signor divieto di sosta: 0-24, guai a sostare a qualunque ora del giorno e della notte.
Ma qualcosa non va: c'è una macchina bianca parcheggiata; facciamo una passeggiata, è una tranquilla mattina di aprile e immaginatevi cosa sarà in agosto con l'arrivo dei turisti. Qui (si può cliccare sulle foto per ingrandirle) siamo davanti all'ambulatorio più frequentato della città: come vedete la nostra auto bianca non è sola, dopo di lei ce ne sono altre, eppure sulla sinistra, dove la sosta è consentita, c'è abbondanza di parcheggi; ma tant'è, è più comodo così!

Vi assicuro, è abbastanza fastidioso: una strada che potrebbe essere percorsa senza difficoltà nelle due direzioni diventa una gimcana, ma non è questo il mio punto di oggi: un po' l'età, un po' la frequentazione dei cani, un po' quarant'anni di insegnamento, un po' la Calabria stessa hanno accresciuto a dismisura la mia pazienza. Non sento più come un peso fermarmi, aspettare che passi un'altra macchina, andare avanti 15 metri, rifermarmi, rifare passare ecc. È così, cosa ci vuoi fare? E che fretta c'è?
E poi sono tendenzialmente anarchicheggiante, non idolatro le regole, generalmente le rispetto con una certa insofferenza, e in fondo cosa vuoi che sia un divieto di sosta? La questione è un'altra; procediamo altri 30 metri!

Il municipio è anche la sede della polizia municipale; credo che tutti qualche volta, per fretta, pigrizia o altre ragioni, abbiamo lasciato l'auto in divieto di sosta e sperato che non passasse un vigile a farci la multa. Ebbene, qui i vigili ci abitano, escono e entrano dal loro ufficio. Eppure ogni giorno ci sono auto parcheggiate e in quattordici anni non ho mai visto contestare una contravvenzione e elevare una multa.
Non ci sono favoritismi, non ci sono sindaci con la panda che approfittano della carica, qui tutti possono parcheggiare in divieto, la legge è ugualmente inesistente per tutti e il suo rispetto lasciato al buon cuore dei cittadini!
I vigili passano, nemmeno fingono di non vedere le macchine in sosta, semplicemente non le guardano, come se fosse normale vanno nei loro uffici e si occupano dei loro compiti: non so quali siano, ma immagino siano occupatissimi. Certamente però tralasciano di "vigilare sull'osservanza dei regolamenti concernenti la circolazione stradale", come recita l'art. 2 comma a del regolamento del corpo dei vigili urbani di Briatico, che ho avuto la pazienza di cercare nel sito del Comune e di leggere.

D'altra parte non mi importa trovare dei colpevoli, e se devo impiegare qualche minuto in più per percorrere quei cinquecento metri, chi se ne fotte! Quello che mi occupa e preoccupa è un clima, un modo di essere, una dimensione dello spirito.
So benissimo che tra la sfera universale delle regole e delle leggi e la sfera individuale, sensibile della vita quotidiana c'è una inevitabile discrepanza, e per fortuna è così. Leggi e vita dovrebbero in qualche modo accomodarsi e limarsi a vicenda. Le regole non dovrebbero pretendere troppo, dovrebbero tenere conto delle esigenze degli uomini, consentire qualche spazio di tolleranza.
Per parte loro gli uomini dovrebbero, ove non confliggano con le loro convinzioni morali, cercare di rispettare le regole, ove invece le trovino ingiuste o eccessive cercare di cambiarle o, nei casi più gravi, disobbedire. Ripeto, non sono un fanatico della legge, mi piace pensare che se ritenessi una legge contraria alle mie convinzioni morali troverei il coraggio e la forza di oppormi, che nella Germania nazista o nell'Italia delle leggi razziali avrei trovato la forza di resistere e non avrei denunciato il mio vicino ebreo, anche se probabilmente avrei fatto come tutti.
Ma stiamo parlando di un divieto di sosta, non vedo come siano possibili obbiezioni morali, e tra le due sfere, quella universale delle leggi e quella individuale dei comportamenti, dovrebbe esserci almeno un rapporto: le regole dovrebbero tenere conto delle esigenze dei singoli, i singoli dovrebbero rispettare le regole, le autorità dovrebbero adoperarsi per avvicinare i due mondi correggendo le regole sbagliate o inutili e punendo i comportamenti irregolari. Se quel maledetto di vieto di sosta è insensato o inutile, lo si tolga, ma mi pare inammissibile che per principio tra le due sfere non ci sia alcuna relazione, che una cosa siano le regole, il mondo come dovrebbe essere, e un'altra cosa la realtà, il mondo come è.
È questo che mi fa impazzire, che non sopporto: non si dovrebbe, ma si fa, perché, cosa vuoi farci, il mondo va così. Scriviamo leggi bellissime, regolamenti ammirevoli, e poi si fa come si vuole, come capita. Qualche esempio.

- È vietato disperdere rifiuti nell'ambiente, ma queste sono le campagne intorno alla mia città.
- Da un anno ci vantiamo di avere introdotto la raccolta differenziata (DIFFERENZIAMOCI! Cantavano i manifesti affissi in tutti gli angoli), ma funziona solo nelle frazioni, non nel capoluogo.
- Da tre anni non ricevo cartelle esattoriali per TASI e consumo idrico, chiedo informazioni e mi dicono di non preoccuparmi: sono a ruolo, arriverà.
- Faccio presente che le vie non hanno numero civico e se il postino si ammala il sostituto non mi trova e mi si dice di non preoccuparmi, la trovano, la trovano.
- Il lavoro irregolare è vietato, eppure bastava fare un giro nelle campagne in gennaio e febbraio, come facevo io con i miei cani, per vedere che la raccolta delle ulive è stata fatta quasi per intero da giovani neri in attesa di asilo, non assicurati e pagati in nero. E come giro io girano pattuglie di carabinieri e della guardia di finanza.
- Una bella legge regionale vieta di tenere i cani a catena per lunghi periodi e impone una catena di almeno cinque metri, legge civile, di cui vantarsi, ma nelle campagne e nei cortili vedo cani perennemente legati a catene di un paio di metri.
- La legge impone l'iscrizione all'anagrafe canina, ma non ho mai trovato cani abbandonati (liberati!) dotati di microchip, e ne recupero almeno uno al mese!
- La scorsa settimana una volontaria ha trovato una cucciolata di cani ancora lattanti, non autonomi e per 24 ore non è riuscita a contattare la polizia urbana, nemmeno con la mediazione dei carabinieri. Ma la pagina web dell'amministrazione comunale porta il numero telefonico della polizia urbana e sostiene sia aperta al pubblico tutti i giorni, ed è compito della polizia municipale allertare la ASP e avviare la procedura di accalappiamento per il ricovero in canile.
Abbiamo un bel fare iniziative antimafia, ne ho viste tante in questi anni di insegnamento a Tropea. Spesso, adesso che sono in pensione lo posso dire, le ho vissute con un certo disagio, un po' perché ho molti dubbi sui reati associativi, fin dai tempi delle leggi sul pentitismo, un po' perché diffido di una giustizia amministrata sotto la pressione della mobilitazione pubblica, molto perché sono convinto che vadano innanzitutto puniti, prima di frequentazioni, amicizie, parentele, gli atti e i comportamenti irregolari, che sono personali. Poi, se volete, a brigante brigante e mezzo: se a parcheggiare in divieto è un mafioso raddoppiamogli pure la multa, ma prima di tutto facciamole, queste multe! Credo che il primo passo da fare per raggiungere un clima di legalità sia ricucire la sfera del dover essere con quella dell'essere.
Basterebbe che le autorità competenti contestassero le contravvenzioni al nostro (ormai, con tutte le menate che vi ho fatto, è nostro!) divieto di sosta e le punissero con un'ammenda: non è necessario andare a cercare le violazioni, il divieto è lì, davanti a tutti, le contravvenzioni evidenti. Basterebbe non ignorarle, tirare fuori il blocchetto delle multe, compilarle e metterle sui parabrezza per due giorni consecutivi: le violazioni finirebbero.
Basterebbe che un funzionario fosse incaricato di rispondere al telefono: sarebbe possibile contattare la pubblica amministrazione e chiederne l'intervento.
Basterebbe inviare puntualmente le cartelle esattoriali ed esigerne il pagamento: il dissesto finanziario sarebbe in buona parte superato.
Basterebbe (è un po' più impegnativo, ma quanto ne varrebbe la pena!) indagare sui rifiuti abbandonati. È vero, fa un po' schifo e ci si sporca le mani, ma sono pronto a scommettere che spesso nei sacchetti abbandonati si troverebbero lettere, buste, carte intestate che permetterebbero di risalire all'incivile che li ha gettati. Tra i rifiuti fotografati sopra c'erano addirittura dei testi scolastici: qualunque scolaro ha l'abitudine di scrivere nome e cognome sulla prima pagina. Basterebbe farlo qualche volta, e la gente si renderebbe conto che arrivare fino al più vicino cassonetto è meno costoso e pesante che gettare il sacchetto nel primo canneto per poi pagare un'ammenda, avere a che fare con la forza pubblica, cercare di giustificarsi.
Basterebbe, basterebbe, anch'io sono cascato nel periodo ipotetico: se il mondo fosse perfetto, allora basterebbe; ma qui non c'è nessuna ipotesi e nessun condizionale che tenga; qui è imperativo l'indicativo: non basterebbe, basta, è sufficiente.
Basta fare qualche multa e la gente smette di parcheggiare in divieto; perché è vero che esiste un margine di discrezionalità, ma evitare regolarmente, inesorabilmente di far rispettare un divieto stabilito dai regolamenti comunali è un reato di omissione, non saprei dire se omissione di atti d'ufficio, interruzione di pubblico servizio o cos'altro, ma sono certo che contenga elementi di illegalità.
Basta che qualcuno risponda al telefono e i cittadini potranno chiedere l'intervento della polizia municipale; perché lasciare che per ore quel telefono squilli a vuoto è un reato di omissione, questa volta arrischierei proprio l'interruzione di pubblico servizio.
Basta deliberare a tempo i tributi e inviare puntualmente le cartelle di riscossione, e le finanze pubbliche migliorano. Non farlo provoca un danno erariale.
Basta fare qualche indagine sui rifiuti abbandonati e la gente smetterà di abbandonarli; probabilmente qui non c'è reato, ma certamente c'è una brutta, colpevole trascuratezza.
Sono cose da poco, minute, ma - sarà che sono cresciuto a Critone e Critica della ragion pratica - credo che in simili minuzie abitino valori importanti e un significato universale: il rispetto delle regole, il senso della legalità, la possibilità di una civile convivenza, insomma molto più di una sosta vietata.
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