
Cinque anni fa, al termine di una campagna elettorale difficile ma affascinante, dopo un anno di governo "tecnico" guidato da Monti e di morte della politica, quando tutte le decisioni erano dettate da un supposto stato di emergenza che impediva ogni obiezione; dopo avere seguito in streaming quasi tutti i comizi di Beppe Grillo, vedendo via via crescere un'ondata che pareva inarrestabile; dopo mille dubbi e incertezze, decidevo di votare 5 stelle.
L'immagine a destra è la fotografia del mio coming out e qui si può leggere tutto il post, trovo che alcuni interventi siano ancor oggi interessanti, specialmente questa mia risposta al commento di una caro amico, ben più meditata del post iniziale: è un mio vizio gettare la pietra nello stagno, come va va, e solo dopo argomentare adeguatamente le mie posizioni, vediamo se questa volta riesco a non cascarci.
Credo che sia utile rileggere questo post del 22 febbraio 2013, a me ha permesso di rivivere il clima della scorsa campagna elettorale, di ricordare cosa allora mi aveva indotto a quella scelta, di fare qualche considerazione su quanto è cambiato in questi 5 anni nel paese, nel m5s, in me. Allora il movimento 5 stelle faceva i primi passi sulla scena nazionale, si affermava in modo irresistibile, suscitava paure e entusiasmi, in me entusiasmi!
Tutti i bambini sono belli, hanno il viso paffuto e rotondo, una circonferenza in cui sono inscritte tutte le possibilità; poi il tempo scolpirà spigoli, scaverà rughe, metterà in risalto una parte, in ombra un'altra, qualcuno uscirà da questo lavorio del tempo bello, qualcuno sgraziato, qualcuno insignificante. Allora, nel 2013, il movimento 5 stelle era un movimento bambino, un punto che complicava mille possibilità, vi si potevano scorgere cose diversissime; i comizi di Beppe Grillo, un po' parlati, un po' urlati, un po' cianciati sotto le piogge torrenziali di febbraio, accennavano molti temi, alcuni discutibili, altri nuovissimi, irreperibili in qualunque altra forza politica; si poteva scegliere e scommettere su cosa ne sarebbe uscito.
Che cosa vedevo io?
Probabilmente avevo aspettative eccessive: nel 2013 dicevo di scorgere qualcosa di completamente nuovo, in linea con avvenimenti di portata mondiale come le primavere arabe, occupy Wall Street, gli Indignados spagnoli, la "promessa di un mutamento di cultura".
A quanto pare non sono stato un gran profeta, le primavere arabe hanno portato disastri, occupy e gli indignados, almeno per ora, hanno prodotto poco o niente (anche se la storia non è finita, e resto convinto che toccassero qualcosa di importante e necessario, vedremo - o vedrete, giovani amici).
Ma, a parte la mia miopia storica, devo spiegare perché la comparsa sulla scena di qualcosa di "completamente nuovo" mi colpisse tanto positivamente: non sono affatto un sostenitore del nuovismo, anzi, più invecchio più scopro in me un fondo reazionario e una decisa avversione alla modernità; insomma, non credo proprio che il semplice fatto che una cosa sia nuova deponga a suo favore (altrimenti sarei stato uno dei tanti sostenitori di Matteo Renzi, che invece ho sempre trovato profondamente irritante). Dunque?
Io sono convinto che "l'età della tecnica", come si è venuta delineando negli ultimi due secoli e soprattutto, in forme travolgenti e incontrollabili, negli ultimi cinquant'anni abbia prodotto nella storia umana una frattura nettissima e ponga problemi a cui le grandi idee politiche dei XVIII e XIX secolo non sono capaci di dare una risposta. Siamo di fronte a una svolta decisiva e il pensiero liberale, democratico, socialista (per non parlare delle idee di nazione e patria che, sinceramente, non ho mai capito), cioè le correnti di pensiero a cui si riferiscono ancora oggi le forze politiche tradizionali, non sono in grado né di comprenderla né di governarla.
Certo, forse mi sbaglio e ogni generazione ha sentito di vivere un momento decisivo e irripetibile: non ho alcun dubbio che i seguaci di Lutero o di Müntzer, gli uomini che hanno vissuto le rivoluzioni americana, francese, sovietica, quelli gettati nella fornace delle due guerre mondiali, quelli che hanno combattuto la guerra di liberazione dal nazifascismo sentissero di vivere un momento di frattura nelle vicende umane e di trovarsi al culmine della storia. Poi la storia è proseguita: List der Vernunft. Forse fa parte della natura umana il bisogno di millenarismo, di sentire che la propria esistenza si inserisca in un momento di crisi, di decisione del destino umano. Eppure continuo a pensare che i mutamenti a cui accennavo sopra siano qualcosa di più grande di ogni rivoluzione politica o guerra, e, cosa ancora più straordinaria, mi pare che la nostra epoca, così decisiva, non abbia alcun sentimento della straordianarietà dei cambiamenti in corso: parliamo di fine della storia, andiamo avanti tranquilli, misuriamo i nostri PIL, speriamo di vederli crescere, come se niente fosse,
Le conoscenze scientifiche, la tecnologia, le forze produttive caratterizzanti l'epoca in cui viviamo sono qualcosa di inaudito nei millenni della storia degli uomini. Il campo che il contadino all'inizio dell'Ottocento arava con giorni di fatica è lavorato in poche ore da un trattore, il viaggio che a inizio Ottocento richiedeva settimane o mesi di navigazione per raggiungere l'America o la Cina oggi si compie in qualche ora di aeroplano. Ma queste sono ancora cose da dilettanti, da metà Novecento; i calcoli che all'inizio del Novecento impegnavano giornate di lavoro di schiere di ragionieri oggi richiedono qualche ora di lavoro di un programmatore e qualche secondo della potenza di calcolo di un computer, la lettera che sempre a metà Novecento, scritta su carta velina per risparmiare peso e inviata per via aerea con tariffa speciale, impiegava qualche giorno per arrivare in Australia e impegnava operai di cartiera, postini, marinai, aviatori, oggi arriva in una frazione di secondo come email. E adesso tocca all'intelligenza artificiale, alla robotica che spazzeranno via moltissime figure professionali e sostituiranno il lavoro di milioni di uomini.
Andate avanti voi, potete trovare esempi a volontà.
Io credo che questi formidabili cambiamenti esigano un ripensamento radicale del rapporto tra l'uomo e la natura, tra l'uomo e l'animale, tra l'uomo e l'uomo, dell'uomo con sé stesso. Questo ripensamento arriverà, in un modo o nell'altro; c'è chi, come Elon Musk (il fondatore di Tesla), ritiene che la via da seguire sia quella di una specie di metatecnica mirata al risparmio energetico e all'espansione interplanetaria dell'umanità: credo di capirlo, sono cresciuto a nutella e Urania, ma credo anche che questa prospettiva faccia della techne un fine in sé e dell'uomo l'animale la cui missione è svilupparla fino alle ultime conseguenze; la techne è il soggetto, l'uomo il predicato (forse ci vorrebbe un nuovo Feuerbach!). C'è chi, come Serge Latouche, e io sono tra questi, ritiene che la via da seguire sia la decrescita, il disinvestimento di energie dalla sfera della tecnica, lo sviluppo di altre sfere di attività umane. La partita è aperta, ed è la partita decisiva; qualche esempio:
- Il rapporto tra l'uomo e l'ambiente naturale è arrivato al punto di rottura: riscaldamento globale, inquinamento di terre, mari e aria; lo sappiamo tutti ed è inutile insistere. Voglio solo aggiungere che la ricetta universalmente prescritta, lo "sviluppo sostenibile", è a mio parere un ossimoro. Qualunque sviluppo non può che aggravare il problema. Installiamo pannelli solari e pale eoliche: una buona cosa e un buon affare, riduciamo il consumo di petrolio, ma pannelli solari e pale eoliche devono essere prodotti e smaltiti! La sola risposta seria è ridurre i consumi, smetterla con l'usa e getta, ecc. Ci ritorno.
- Il rapporto tra l'uomo e gli altri esseri viventi: mentre la consapevolezza della questione ambientale è piuttosto diffusa benché difettino le soluzioni, su questo punto la riflessione è limitata a ambienti ristretti; eppure la questione c'è, eccome.
Certo, da sempre l'uomo è al vertice della catena alimentare, domina sugli animali, li sfrutta e li uccide. Basta ricordare la benedizione impartita da Dio a Mosè e ai suoi figli dopo il diluvio (Gen. 9,2):
Il timore e il terrore di voi sia in tutte le bestie selvatiche e in tutto il bestiame e in tutti gli uccelli del cielo. Quanto striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono messi in vostro potere. Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi dò tutto questo, come già le verdi erbe.
Ma con l'allevamento intensivo e industriale siamo andati oltre il dominio, l'indifferenza, la crudeltà al minuto. Milioni di animali nascono in cattività, vivono una non-vita nascosti in immensi capannoni per poi morire, senza essere vissuti, nell'orrore dei macelli. E tutto questo lontano dagli occhi, da ogni compassione: non vediamo più il maiale nascere, crescere, non sentiamo più il grido dell'animale sgozzato. Vediamo immagini bucoliche in televisione per poi comprare fettine di carne nei supermercati; l'animale, a parte i nostri pet, non esiste più, né per compatirlo né per maltrattarlo, diventato un ingranaggio nella macchina dell'industria alimentare. Lo trovo insopportabile.
Ben oltre vanno le cose nella sfera della ricerca scientifica e dell'industria farmaceutica. Non si tratta solo della crudeltà della sperimentazione in vivo: gli animali sono un puro mezzo per lo sviluppo di conoscenza pura o finalizzata alla salute umana (per non parlare della cosmesi). Si selezionano animali privi di difese immunitarie (il caso più celebre è il topo nudo) per potere inoculare loro malattie, tentare le cure e quindi eliminarli: si fa nascere un essere senziente cagionevole per farlo ammalare, tentare la cura, ucciderlo. Ecco un topo nudo su cui è stato innestato un tumore (l'immagine è probabilmente scelta tra le più crudeli, viene da un sito animalista).
Non ci interroghiamo, ci pare che tutto questo sia normale. Scienziati e ricercatori, uomini come me e come voi, probabilmente migliori di me e di voi, conducono esperimenti e svolgono ricerche su esseri senzienti con coscienza perfettamente buona, godono i sublimi piaceri dello studio e della scoperta, le ricerche a volte sono utili, altre volte del tutto inutili (un solo esempio: topi, cani, scimmie sottoposti a somministrazione di fumo di sigaretta, nicotina, droghe), ma tutto deve essere provato, sperimentato, misurato, guai a chi si ferma. C'è il piacere della ricerca, chi l'ha provato sa che può far dimenticare ogni altro piacere: cibo, sonno, sesso; c'è l'orgoglio di dedicarsi a un'impresa che rappresenta quanto di meglio l'umanità è capace di fare; ci sono progetti finanziati, articoli da pubblicare, carriere da sviluppare.
E siamo solo all'inizio, non abbiamo ancora parlato dell'ingegneria genetica: non solo si sperimenta sugli animali, ma lo sperimentare umano consente di produrre animali fatti per gli esperimenti. Qualche giorno fa ha suscitato scalpore la notizia che per la prima volta è stato creato in laboratorio un embrione ibrido uomo-pecora, in cui una cellula su 10 mila è umana; questa chimera viene dopo un maiale umano per un centomillesimo e l'obbiettivo è produrre pecore che siano umane in proporzione 1/100; scopo: utilizzare gli organi di questi animali per trapianti nell'uomo.
Questo è il link a un articolo del Corriere della sera che se ne occupa.
La discussione su questo evento ha avuto aspetti un po' comici (su facebook si sprecavano commenti che sostenevano non essere necessario produrre uomini-pecora, si troverebbero già tra gli elettori PD/M5S/FI) un po' seri. I commenti più preoccupati si interrogavano sulla possibilità che la crescita di questo centesimo di cellule umane riguardi anche il cervello: una pecora capace di pensiero riflesso?
Io di questo sinceramente non mi preoccupo più di tanto, sospetto che il cervello umano potrebbe solo avvantaggiarsi di una contaminazione con la mansuetudine e mitezza di un cervello di pecora. Quello che mi chiedo è se sia giusto "creare" animali al solo scopo di avere pezzi di ricambio per il corpo umano: l'uomo si fa dio, ed è un dio decisamente malevolo: ti creo per sezionarti. Il problema non è teorico: da questo punto di vista vogliamo conoscere sempre più e meglio, ma etico ed estetico: è buono, ci piace un mondo siffatto?
È bello ed è bene fare tutto ciò che le conoscenze umane rendono possibile fare (questa è la logica della tecnica: tutto ciò che può essere fatto deve essere fatto), compiere ogni sforzo per allungare la vita umana, o non sarebbe giusto fermarsi: la morte è destino comune, non sarebbe meglio riammetterla tra le nostre prospettive, come orizzonte ineliminabile, e interrogarci sulla decenza del vivere e morire?
Conosco già un'obiezione: nei laboratori si fa qualcosa non dissimile da quanto si fa negli allevamenti: si allevano animali per l'utilità dell'uomo. La mia risposta è che da anni sono vegan, e per ragioni più estetiche che etiche: non mi piace un mondo così (lo ammetto, ho anche avuto la fortuna di arrivare alla mia bella età senza malattie serie. Dubbi su dubbi).
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Il rapporto dell'uomo con l'uomo, in buona parte mediato dagli oggetti di cui gli uomini si occupano e, occupandosene, li pongono in relazione: dunque l'economia. Lo abbiamo detto sopra, lo sviluppo delle forze produttive è stato impressionante e lo sarà sempre più: mai gli uomini hanno prodotto tanto con tanto poco sforzo. Un marxista potrebbe dire che a un nuovo stadio dello sviluppo delle forze produttive non possono che corrispondere nuovi rapporti sociali di produzione, ma prendiamola più alla buona. Pare inconcepibile che in mezzo a tale abbondanza le diseguaglianze sociali aumentino e aumenti la povertà (lo so, si può obiettare che la povertà aumenta nel mondo sviluppato, diminuisce in Asia e in Africa, ma, a parte che non credo questa sia una buona ragione, sono convinto, così, all'ingrosso, senza calcoli, che l'odierna produttività del lavoro umano potrebbe consentire una vita dignitosa a tutto il pianeta, senza contare che chi esulta per il felice sviluppo dell'Africa e dell'Asia, alla maniera di Christine Lagarde, dovrebbe spiegarmi perché centinaia di migliaia di uomini si buttino nel mediterraneo e vadano incontro a una vita fatta di diffidenza, ostilità, emarginazione. I leghisti mi risparmino la cazzata degli hotel, please).
Lo sviluppo della robotica promette di aumentare ulteriormente le diseguaglianze e si annuncia un drammatico aumento della disoccupazione: ancora una volta, come è possibile che aumentando la ricchezza aumenti la miseria? Qui non ci vuole un Marx, basta un Saint Simon! Qualcuno sostiene che i robot distruggeranno alcuni lavori, ma ne creeranno altri: bisognerà pure fare i robot (fino a quando non si faranno da soli, e succederà!); ancora una volta, please: soltanto un economista può pensare una simile sciocchezza. Credo che su questi aspetti macroeconomici non ci sia bisogno di scomodare i complicati calcoli delle teorie neoclassiche e del marginalismo: basta e avanza la solida economia classica, che forse non è capace di fornire strumenti per governare i cicli e favorire lo sviluppo, ma ha ben colto i fondamenti: Quesnay, Smith, Ricardo sono più che sufficienti per capire che una macchina è introdotta solo se e perché risparmia lavoro e consente così di produrre merci di prezzo (valore?) inferiore, battendo la concorrenza. Una rivoluzione industriale ininterrotta, diceva uno (Althusser).
Nuovo lavoro non verrà certamente dalla produzione dei robot che risparmiano lavoro, nuovo lavoro può venire solo dall'aumento della produzione, dalla crescita, da consumi di merci sempre nuove; ma è proprio questo dogma della crescita che non accetto: grazie, non ho bisogno di nuovi bisogni! Non servono a me e non possono che rendere sempre più drammatica la questione ambientale e animale. L'homo oeconomicus degli economisti, l'uomo faustiano di Spengler sono al tramonto, o almeno io voglio che lo siano.
Pare privo di senso che mentre il lavoro diminuisce l'orario e il tempo di vita dedicato al lavoro aumenti per gli occupati, e l'esercito degli inoccupati cresce; anche un economista dovrebbe capire che si tratta di diminuire orario e parte della vita dedicata al lavoro: gli innovatori della new economy l'hanno capito. Per non vedere una cosa talmente ovvia bisogna essere accecati dal dogma della crescita e dal mito delle start up: avrai un lavoro e un ruolo nella società solo se individui nuovi bisogni e riesci a soddisfarli, cresceremo sempre di più. E per una start up che si afferma mille falliscono e si portano via le liquidazioni di padri e nonni. Siamo al mondo per sviluppare tecnologie sempre nuove!
Certo, resta il vuoto del cosa fare finita l'epoca del lavoro: l'uomo ha bisogno di uno scopo individuale e collettivo; a cosa ci dedicheremo dopo che da 500 anni alla domanda di senso ha risposto l'etica del lavoro?
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Ed eccoci all'ultimo punto: il rapporto dell'uomo con sé stesso. Qui avrei troppo o troppo poco da dire, e mi sono già allargato abbastanza. Mi limito a una sola osservazione, l'uomo è un chi, non un che cosa, è possibilità e libertà, è quell'animale che nel proprio esistere decide del proprio essere; dunque è lecito che ci chiediamo cosa vogliamo che sia l'uomo, cosa vogliamo essere. Il tipo di uomo che noi siamo, l'uomo economico e faustiano, scagliato verso il superamento di ogni limite, in gara con la natura ed oggi in gara con le macchine da lui stesso create, negatore di qualunque ente non si sottometta alla sua volontà e al suo piacere, è in fondo abbastanza recente. Credo si possa dire - ma il discorso sarebbe lunghissimo e complessissimo, non fatemi le pulci su questa affermazione non motivata - che è stato concepito nel Rinascimento; è nato il quel secolo grande e terribile che fu il Seicento: Bacone, Galilei, Cartesio, il "ben titolato signore della natura"; si è fatto adulto e universale con l'illuminismo e le democrazie otto-novecentesche: tutti eroi e scienziati, tutti lanciati nelle grandi guerre e nell'opera di sottomissione delle forze naturali (forse gli attuali talk show ne sono la parodia e la caricatura). In fondo non è nemmeno così male: altre epoche e altri uomini hanno cercato la grandezza nella violenza, nella sottomissione di popoli, nel dominio.
Bah, non me la sento di entrare in questo mare, basti questo: io mi chiedo se sia necessario continuare su questa strada o sia, invece, visto quanto ho scritto sopra, tempo di ripensare noi stessi e tornare a chiederci cosa vogliamo essere. Un grande folle che si perse nell'abbraccio di un cavallo per le strade di Torino annunciava l'avvento del superuomo, forse, dico forse, sarebbe sufficiente che l'uomo tornasse ad essere uomo, smettesse di seguire la via segnata come se fosse l'unica possibile, tornasse a chiedersi cosa vuole fare di sé.
È ovvio che, se questa è la mia domanda, non ho tuttavia una risposta: quali valori, quale dotazione di senso può sostituire l'etica del lavoro e del domino delle forze naturali, la pervicacia della crescita economica e produttiva? L'arte e la bellezza? Il dedicarsi a grandi imprese spirituali? Una nuova benevolenza che faccia dell'uomo il custode di ciò che è? Non lo so, se avessi una risposta mi sarei gettato nello scrivere e nell'agire; purtroppo mi limito a dire no, a fare il brontolone, e me ne sto con i miei cani. Quel sublime folle ebbe modo di dire di sé stesso: Io non sono un uomo, sono dinamite; io non pretendo tanto, mi accontento di essere un petardo, ma penso si capisca che sono piuttosto radicale, se volete dire estremista non ho nulla da obiettare.
Le questioni che ho accennato (a molti sarò sembrato lungo, ma sono solo cenni piuttosto banali) sono da anni il centro del mio pensiero e delle mie scelte di vita, sono moneta corrente in parte del dibattito filosofico e nei grandi romanzi del Novecento, ma non ho trovato una sola forza politica che le assumesse nel proprio programma e se ne facesse carico. Tutti i partiti, anche i più progressisti, i più di sinistra, blaterano di sviluppo sostenibile, di sostegno alla ricerca, di smart economy ; c'è da disperare.
Ed ecco che nei comizi con cui Grillo tirava la campagna elettorale del 2013 questi temi c'erano, in modo sgangherato, istrionico, ma c'erano. Come stupirsi del mio entusiasmo?
Certo, c'erano anche altri discorsi, meno simpatici, ma nella campagna elettorale dei 5 stelle finalmente sentivo rifiutare il ricatto del PIL e della crescita, sostenere che la TAV è una sciocchezza, mettere al centro il problema dell'ambiente, rifiutare l'assolutizzazione dell'economia politica. Sentivo la denuncia delle disuguaglianze e la proposta di limitare le remunerazioni dei dirigenti a non più di dodici volte lo stipendio minimo dei dipendenti (altro che lotta alla Kasta, si parla di dirigenti pubblici e privati che ricevono milioni di liquidazione per un paio di anni di lavoro. Non so come funzioni tra loro, ma dalle mie parti la liquidazione corrisponde più o meno a un mese di stipendio per ogni anno di lavoro). Sentivo la proposta del salario di cittadinanza, una proposta - così nei comizi di Grillo - motivata non da sentimento di compassione, ma dalla consapevolezza che il lavoro è destinato a diventare cosa rara e dalla denuncia della meritocrazia: nessuno, nemmeno i fannulloni, deve rimanere indietro. Mi è capitato di scrivere una volta, e ho ricevuto un sacco di like (arf, arf), che essere meritevoli, in fondo, non è un merito; si nasce, o si diventa, così.
Era musica per le mie orecchie, e convintamente ho votato M5S. Cosa resta oggi di tanta speme? Purtroppo nulla.
Certo, se ci si prende la briga di andare a leggere il lungo (ancor più di questo post!) e prolisso programma dei 5 stelle qualche eco annacquata di quei temi si trova ancora, ma è roba di semplice rappresentanza; quello che si sente nei discorsi dei candidati 5 stelle, in quei discorsi con cui vanno cercando il consenso degli elettori e di cui dovranno tenere conto in caso di vittoria, e, soprattutto, quello che si legge negli innumerevoli post dei sostenitori dei 5 stelle che fanno parte della cerchia dei mie amici facebook e colgo l'occasione per salutare con affetto, è tutt'altro.
- La denuncia ossessiva, scandalistica dei privilegi del ceto politico, privilegi che, sinceramente, fanno tenerezza se confrontati con le vere, scandalose diseguaglianze che i 5 stelle paiono avere dimenticato.
- L'esibizione di una onestà (salvo poi sbattere il muso contro la inevitabile manchevolezza della natura umana) che, se intesa come rispetto delle leggi, dovrebbe essere il minimo indispensabile, nulla di cui vantarsi, se intesa come rettitudine morale dovrebbe ricadere nella sfera privata di cui ognuno dovrebbe essere ben titolato giudice (la legge morale dentro di me!). Ho già avuto modo di sostenerlo una volta: se un parlamentare vuole devolvere in beneficenza parte della sua remunerazione donandolo al fondo per il prestito alle piccole e medie imprese, tanto di cappello, ci piace, ma non può esibire questa sua generosità, né pretendere che diventi la norma per altri. Mi è stato risposto che non si tratta di beneficenza essendo prestito alle piccole imprese, modestamente rispondo che i prestiti alle piccole e medie imprese non sono beneficenza, in quanto devono essere restituiti, ma le donazioni al fondo per i prestiti alle PIM sono donazioni a fondo perduto, dunque sono beneficenza. In questo preciso momento ospito due cuccioli abbandonati per la strada e li allatto ogni tre ore: credo di fare una cosa buona, mi costa fatica e denaro, ma non mi passa per la testa di rompere il cazzo agli altri perché non lo fanno!
- Un giustizialismo forcaiolo, acritico, moralistico, che ripugna alla mia anima un po' garantista, un po' anarchica. Dopo avere vantato la propria supposta superiorità morale, si va cercando e denunciando l'immoralità dell'avversario. L'altro non è persona dalle idee diverse, con cui confrontarsi e battersi, è un miserabile essere subumano da disprezzare.
- La rinuncia al tema della decrescita e la piena omologazione al dogma dello sviluppo. Leggo nei giornali di oggi che Di Maio presenta il suo (fantomatico) prossimo governo inserendovi un ministero per la meritocrazia. Alla faccia!
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Una posizione a dir poco ambigua sul tema della migrazioni. Ho l'impressione che su questo argomento, decisivo e profondamente divisivo, i 5 stelle lascino spazio a orientamenti diversi per puro opportunismo, ma al fondo mi pare prevalere un atteggiamento di chiusura che declina lo slogan "nessuno deve essere lasciato indietro" in modo identitario: nessuno resti indietro purché italiano.
A coprire l'ambiguità si ricorre all'appello giustizialistico alla legalità: organizzazioni criminali guadagnano sul business dell'immigrazione: fermiamole! Mettiamoci anche una spolverata di antimafia e abbiamo fatto. Non è così cari amici: se qualche organizzazione criminale guadagna sulle migrazioni, puniamola (ferma restando la presunzione di innocenza), ma io esigo una posizione chiara sulla questione epocale delle migrazioni, e non la trovo! -
Se aggiungiamo che i 5 stelle prendono, o hanno preso, in considerazione, come cosa anche solo possibile, un'alleanza con la Lega e con tutto quello che la lega rappresenta, il discorso è chiuso, una volta per sempre.
Ho spiegato quali sono per me le questioni fondamentali, e nessuna forza politica risponde alle mie esigenze. Forse è giusto così: quel cambiamento epocale non si può imporre per via politica, passa attraverso una battaglia ideale e di cultura: io cerco di combattere questa battaglia quando non mangio e non indosso animali, quando mi rifiuto di viaggiare in aereo, quando inorridisco all'idea di una vacanza che mi teletrasporti all'estremo opposto del mondo in un albergo identico a quello che ho lasciato a Lamezia Terme, quando prendo i miei cani e cammino per uliveti e fiumare e considero questa la vera vacanza. Ma queste cose non si possono imporre per legge: le ombre di Stalin e Pol Pot sono dietro l'angolo!
Dunque cercherò di votare il meno peggio, sperando che alla fine le cose che mi stanno veramente a cuore si affermino per vie diverse dalla politica.
Probabilmente voterò Liberi e Uguali o Potere al Popolo: sono le forze più vicine al mio modo di sentire e di pensare, ma sono solo vicine, non uguali; e non sono affatto sicuro che lo farò.
Una prospettiva mi fa veramente paura: in caso di vittoria del centro-destra potrebbe diventare ministro degli interni un uomo sfacciatamente xenofobo, latentemente razzista, miserabilmente vittimista, patentemente falso, irrimediabilmente cretino: se qualcuno ha pensato a Matteo Salvini non si sbaglia. Questa prospettiva mi terrorizza, un uomo simile alla guida del ministero che in sé concentra il maggiore potere è terribile: non per me, in fondo godo di discreta sicurezza, ma per quei dannati della terra con cui il mio cuore simpatizza profondamente.
Ieri ho portato i miei cani a passeggiare nelle campagne dell'entroterra vibonese e ho incontrato un negro impegnato nella raccolta delle olive, ovviamente in nero (per il salario, non per la pelle). Mi ha detto: Ciao fratello, stai attento, questa mattina ho visto due cinghiali; altri immigrati mi chiamano papi: ho una bella età.
Trovo questi uomini fondamentalmente persone decenti (pur sempre uomini, anche tra loro c'è il bene e il male), di loro posso sentirmi padre o fratello, un Salvini fratello sarebbe angosciante. Dunque può anche darsi che per evitare di trovarmi un simile uomo in posizione di potere il 4 marzo voti Partito Democratico.
Non lo so: forse il 5 marzo vi dirò cosa ho fatto, ma sarà troppo facile, avremo già i risultati. Certamente non mi accompagnerà al voto l'entusiasmo di cinque anni fa!
Con questo ho finito: a chi ha avuto al pazienza di seguirmi fin qui dedico una canzone: una della meno ricordate, delle più belle, la più rivoluzionaria di Fabrizio de Andrè (scritta con Paolo Vlllaggio):

" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen>Fabrizio de Andrè, Il fannullone